Maria Iovine

Candidarsi in questo momento è un’assunzione di responsabilità molto precisa per due motivi. Il primo è il passo epocale che siamo chiamati e chiamate a fare con la proposta del primo contratto collettivo per gli autori e le autrici. Il secondo ha a che fare con il momento critico che il nostro settore sta vivendo e che ci richiede un gioco di equilibri delicatissimo.

É sotto gli occhi di tutte e tutti quanto lavoro duro c’è dietro questo traguardo. Il direttivo che ci lascia ha profuso un impegno faticosissimo fatto di riunioni costanti da incastrare con i nostri lavori imprevedibili e pervasivi, ma soprattutto, è riuscito a creare e mantenere un sentimento di unità, di dialogo e di lavoro comune che, anche solo al momento della sua stessa elezione, sembrava impossibile immaginare.

Io sono Maria Iovine, una regista e autrice di documentari per il cinema e per la tv, ma soprattutto sono una cittadina che non si è mai tirata indietro di fronte a una causa politica per la quale lottare. Ho anche un passato da montatrice e il paragone è spesso impietoso: è davvero mortificante che la nostra professione non sia considerata “lavoro” nonostante sia il punto di avvio perché un intero sistema produttivo possa esistere.

Per quanto riguarda gli autori e le autrici di documentari la sfida si amplifica, perché il documentario spesso non ha i tempi rigidi che la produzione audiovisiva ci chiede. Spesso è uno spazio di sperimentazione, un continuum da cui si può andare e venire, ha bisogno di un tempo intrinseco con delle specificità che nella strutturazione del nostro contratto collettivo vanno tenute in considerazione. Penso semplicemente ai tempi di ricerca che non possono essere assimilati alla preparazione propriamente detta o al tempo della scrittura che non finisce fino al momento del final cut.
Vorrei poter portare la mia esperienza perché un contratto che ci tuteli è soprattutto uno strumento di garanzia democratica perché non si spengano voci che hanno qualcosa da raccontare. La questione del lavoro è fondante per la nostra categoria ed è nostro diritto, nonché dovere, fare in modo che venga riconosciuta nero su bianco.

Durante le riunioni del sotto-gruppo dei documentaristi abbiamo portato avanti un interessante discorso sullo stato del documentario nel cinema italiano. Nel riconoscimento della dignità cinematografica siamo a un buon punto rispetto solo a pochi anni fa (basti pensare ai fondi destinati dal Ministero alla produzione di documentari), ma restano grandi criticità rispetto al sistema distributivo e a un iter di finanziamento specifico per questa particolare tipologia audiovisiva. Anche qui abbiamo lavorato nella direzione dell’apertura e dell’unione con le diverse anime del documentario e con le diverse realtà associative. Vorrei continuare su questa rotta perché gli ultimi direttivi ci hanno dimostrato che è la strada vincente.

So che mi sto dilungando un po’ troppo, avrei ancora molte cose da dire, ma un’ultima non posso esimermi almeno dall’accennarla: per me è centrale la questione delle pari opportunità intese non solo come quota di genere, ma come espressione di tutte le soggettività che fanno parte di una società. Chi mi conosce sa che ne ho fatto una ragione di vita al pari dell’amore che ho per il mio lavoro e penso che non ci sia diritto professionale che tenga di fronte a una questione di giustizia sociale.
Il nostro mestiere è raccontare il mondo attraverso i nostri occhi, ma gli occhi devono poter essere quelli di tutti, tutte e tutttttt.

 

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