Un altro mito del cinema sta crollando?

di Maria Zegarelli

Un altro mito del cinema sta crollando? Stiamo parlando di Hollywood, lì dove tutto era – o sembrava  – possibile e dove oggi si sentono  gli scricchiolii di un sistema che mentre diceva di aprirsi in realtà stava iniziando a stringere i bulloni del rischio d’impresa fino a far ricadere su autori e sceneggiatori tutto il peso delle sfide. A raccontarlo in un lungo e dettagliato articolo su Internazionale è Daniel Bessner, progessore associato distudi internazionali all’Università di Washington, che lo ha scritto in collaborazione con Megan Day.  Bessner, prendendo a esempio la storia di Alena Smith, autrice e sceneggiatrice , racconta la complessità di un sistema che è cambiato velocemente mutando anche le logiche e gli equilibri sui cui si fondava l’impresa dell’audiovisivo hollywodiano.

Smith dopo varie ed importanti collaborazioni per serie tv di successo, nel 2015è diventata story editor di The affair, Bessner la incontra nel 2023 dopo i quattro mesi di sciopero organizzato dalla Writes guild of America (Wga) contro le grandi case di produzione di Hollywood. In quella occasione Smith gli racconta dei progetti ambiziosi e anche “difficili” a cui aveva lavorato e che erano andati in onda, come Dickinson, «una serie gotica surreale, basata sulla  vita della poeta Emily Dickinson», una donna «indomabile ed eccentrica», ma era tempi , quelli, in cui  le grandi case di produzione non badavano solo ai profitti. Guardavano al progetto e osavano, pensava all’epoca Smith. In realtà si puntava a fidelizzare nuovi abbonati, «pensavamo che alle piattaforme di streaming interessasse veramente l’arte. Ma ci sbagliavamo» . Apple, unica detentrice dei diritti della serie, le chiese infatti, di ricominciare tutto il lavoro da capo e scrivere una nuova stagione senza alcuna garanzia di un via libera. Era un segnale, chiaro. Dopo la terza stagione e un grande successo, Smith ha deciso di dire basta, di fermarsi davanti alla «cannibalizzazione» di Hollywood e del lavoro degli sceneggiatori.

Bessner nell’ articolo racconta come alla fine del 2010 il settore abbia iniziato a pagare il prezzo alto di decenni di deregolamentazione e investimenti speculativi, di come le grandi aziende dell’intrattenimento abbiano inglobato le più piccole e di come le società finanziarie, inseritesi nel settore abbiano deciso di massimizzare l’efficienza, ridurre i rischi facendo lavorare in condizioni sempre più precarie gli sceneggiatori. E’ proprio un direttore di uno studio di medie dimensioni a raccontare  cosa sta accadendo: «L’industria sta vivendo una crisi profonda, probabilmente la più profonda della sua storia. Gli sceneggiatori perdono potere, come le maestranze, I talenti di fascia alta guadagnano più che mai, ma le persone che fanno girare l’industria vengono lasciate indietro». Esattamente ciò che sta accadendo anche in Italia, come più volte i 100 Autori hanno denunciato spiegando come ci sia la punta di un iceberg che è quella dei più famosi, di quelli che guadagnano moltissimo ma di come  settore si regga su tutti gli altri, quelli che non si vedono, che lavorano moltissimo e guadagno pochissimo.

A guadagnare moltissimo ad Hollywood sono soprattutto – e anche – gli amministratori delegati  delle grandi aziende: i loro stipendi vanno tra le duecento e le tremila volte più in alto di quelli di un dipendente. Sceneggiatori- produttori, come Shonda Rhimes o Ryan Murphy, si legge ancora nell’articolo, hanno contratti per centinaia di milioni di dollari: all’inizio del 2023, uno sceneggiatore- produttore televisivo di media fascia, guadagnava il 23% in meno alla settimana dei suoi colleghi di un decennio prima. Per gli sceneggiatori di lungometraggi le retribuzioni sono diminuite del 20% in due anni.

Sono queste le condizioni che hanno fatto sì che il 97,9 degli addetti ai lavori votasse  sì alle consultazioni per decidere sullo sciopero. Scrive Bessner: «I nuovi padroni del  settore – enormi conglomerati aziendali, gestori di patrimoni e società di capitale privato – non si erano limitati a spremere i lavoratori e ad accaparrarsi una quota spropositata dei profitti. Avevano tolto valore al sistema di produzione, minacciando la sostenibilità degli studi. Gli imprenditori di oggi sono necessariamente interessati all’arte, alla salute di ciò che pensiamo sia Hollywood, un luogo e un sistema dove avviene uno scambio tra creatività e capitale. Le vittorie sindacali non hanno minimamente intaccato questo aspetto. Oggi la macchina avanza a fatica. Secondo una ricerca di Bloomberger, nel 2013 le principali aziende cinematografiche e televisive dichiaravano più di venti miliardi di dollari in attivo, Nel 2022 la cifra era dimezzata. Dal 2021 al 2022 la crescita dei ricavi nel settore è diminuita di quasi il 50%». Il calo degli incassi da cinema nel 2023 è stato del 22% e le uniche piattaforme ad avere profitti sono state la Warner Bros e Discovery.

Tra il 2022 e il 2023 l’occupazione ha avuto un calo del 26%, i licenziamenti si sono abbattuti sui dipendenti di Warner Bros, Discovery, Netflix e Paramount Global, tra gli altri.

Ovviamente le grandi società  troveranno sempre il modo di guadagnare, meno ovvia la qualità dei prodotti su cui decideranno di investire. E se negli anni d’oro,  fine anni Ottanta, gli sceneggiatori potevano sì lavorare fino a notte, ma guadagnavano migliaia di dollari, oggi quei tempi sono lontani. L’ultima frontiera dei dirigenti delle grandi holding è quella di una sorta di parcellizzazione dell’opera: gli sceneggiatori danno,  ognuno per la propria parte, un parziale contributo alla creazione dell’opera complessiva, a volte restano all’oscuro dell’intero progetto di cui sono parte.

L’articolo, che è una vera e propria inchiesta, vale la pena di essere letto   per intero. Racconta la lunga lotta con lo sciopero, i risultati, importanti ottenuti, ma anche i limiti e le criticità che si sono svelati una volta calmate le acque.

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