In un momento storico nel quale vediamo il susseguirsi di continui attacchi al nostro cinema da parte di organi di stampa ed esponenti politici, con toni spesso personalistici e strumentali, mi pare opportuno prima di tutto sgombrare il campo da falsi dilemmi di tipo strutturale. Come ad esempio: è giusto il finanziamento pubblico al cinema o è un inutile spreco di risorse?
Il finanziamento pubblico al cinema e all’audiovisivo poggia sul principio dell’eccezione culturale, sancito dall’Unione europea, secondo il quale è consentito agli Stati membri di sostenere l’industria audiovisiva data la sua valenza nella tutela e accrescimento del patrimonio culturale nazionale.
Ma questo sostegno dello Stato all’industria audiovisiva rappresenta una perdita finanziaria rispetto ad altre forme di investimenti? No, perché recenti studi dimostrano come ogni euro investito dallo Stato nel settore ne generi almeno tre di rientro per le sue casse e al tempo stesso dà impulso ad un tessuto imprenditoriale dinamico, con risultati importanti in termini di crescita occupazionale, e forti ricadute economiche.
Nel rivendicare quindi con forza l’opportunità e la centralità di tale sostegno pubblico, siamo però i primi a pretendere che le risorse impegnate a questo scopo siano utilizzate al meglio, in quanto la loro cattiva gestione va a colpire innanzitutto chi il cinema e l’audiovisivo lo fa. Autrici, autori, attrici, attori, tecnici, maestranze, spesso accusati di essere la causa prima del dissesto finanziario del settore sono in realtà le prime vittime di qualsiasi spreco o malversazione, così come lo sono i tanti produttori onesti che si impegnano ogni giorno per permetterci di raccontare nuove storie, e garantire il diritto degli spettatori a fruire di una narrazione il più possibile variegata e plurale.
Che ad esempio fino a ieri il “tax credit estero”, nato per attrarre capitale straniero in Italia anche in coproduzione con partner italiani, rappresentasse la quota più importante del finanziamento pubblico e al tempo stesso richiedesse obblighi troppo labili per i produttori sul piano della documentazione della sua concreta realizzazione è un fatto talmente clamoroso che si è arrivati a finanziare un film fantasma. Stelle nella notte, una proposta di film che ha ottenuto un tax credit di più di 800mila euro, si è poi scoperto essere falso dall’identità del regista (che con quella vera di Francis Kaufmann è ora ospitato nelle carceri greche per presunto omicidio) su su fino all’esistenza stessa del film, di cui almeno per ora non risulta esistere copia. Al di là dell’evidenza della truffa va detto che ancor più clamorosa appare la carenza di controlli previsti dalla legge, quando sarebbe bastato, come osserva lo stesso direttore Borrelli, rendere obbligatoria l’uscita in Italia di opere che si avvalgono di nostri finanziamenti pubblici.
Ma la legge contiene anche altre zone grigie: basti pensare al principio di per sé sano dell’autoregolamentazione finanziaria per il cinema indicato dalla legge contraddetto dalla possibilità concreta di sforamento del “tetto” previsto, che dà l’impressione d’essere tornati alle grida di manzoniana memoria. Lacune e limiti legislativi di questo tipo hanno consentito, complice una insufficiente capacità di gestione e controllo da parte degli organi preposti, l’insorgere di distorsioni, sprechi e malversazioni, che per primi abbiamo con forza chiesto di correggere presentando proposte concrete, il più delle volte però rimaste lettera morta.
Ed è per questo che riteniamo sia giunta l’ora di prenderci la responsabilità come associazioni di partecipare attivamente a ridisegnare nuove regole, e chiediamo quindi al ministro Giuli di dare seguito alla volontà di confronto manifestata nell’incontro del 6 giugno attivando al più presto un tavolo di concertazione con tutte le categorie dove portare le nostre proposte, elaborate in costante confronto in primo luogo con le altre associazioni di autori ed autrici, per arrivare ad un nuovo sistema fortemente partecipato da chi il cinema e l’audiovisivo lo fa.
